La base di sommergibili a Cala Fighera – leggende segrete di Cagliari

Cala fighera

Cala fighera

 

E’ ancora opinione diffusa a Cagliari che la piccola insenatura di Cala Fighera, stretta fra le rocce e simile ad un fiordo, avesse ospitato durante la prima guerra mondiale una base segreta per il rifornimento di carburante dei sommergibili tedeschi. In quel periodo l’area era ancora di pertinenza della Casa Penale di Cagliari, praticamente deserta, appartata e protetta dai venti, e poteva ben prestarsi a sito per il rifornimento dei temutissimi U-boot, i sottomarini tedeschi. Proprio per questo il demanio militare ne sollecitò l’acquisizione, che avvenne nel novembre del 1929, ed impiantò negli anni Trenta sull’attiguo promontorio di Murr’e Porcu quell’ importante opera militare anti-nave, oggi dismessa, nota col nome di batteria Prunas.
Che la rada servisse come base di appoggio per i rifornimenti degli U-boot non venne mai provato, ma di sicuro i sottomarini tedeschi erano presenti lungo la costa cagliaritana e siluravano volentieri, a dispetto degli accordi internazionali, anche le navi passeggeri in transito. Il 7 novembre 1915 al largo di Capo Carbonara era stato affondato il transatlantico Ancona, e la vicenda era stata seguita anche a Cagliari con grande partecipazione emotiva.
Diretto a New York, l’ Ancona era salpato da Napoli il 6 novembre del 1915 e, dopo aver effettuato uno scalo a Messina, aveva intrapreso la rotta verso Gibilterra allorché, al largo di Capo Carbonara, venne silurato da un sommergibile U-38 comandato dal tedesco Max Valentiner, che solcava le acque sotto falsa copertura austro-ungarica.
Il gigante del mare, lungo ben 120 metri e dal peso di 8200 tonnellate, colpito da tre siluri, si inabissò velocemente provocando la morte di ben 206 passeggeri, per lo più emigranti napoletani, desiderosi di cercar fortuna oltreoceano. Prima di saltare per aria il radiotelegrafista aveva inviato una richiesta di soccorso. Da Biserta, in ascolto, i francesi raccolsero l’ SOS ed inviarono il piroscafo Pluton che a notte fonda raccolse molti naufraghi. Altri giunsero a remi sulla costa dell’isola di Zembra sulla costa tunisina. Di altri non si seppe più nulla. Alcuni giorni dopo una scialuppa con tredici morti a bordo, comprese donne e bambini, spinta dalla corrente, arrivò a Marettimo, nelle isole Egadi, dove questi sventurati senza nome furono sepolti dal prete del paese, ed ancora oggi una targa li ricorda.
La nave venne anche presa a cannonata dal sommergibile e filmata durante l’inabissamento. Il filmato fu fatto circolare nei circuiti cinematografici di mezza Europa ad evidente scopo propagandistico, e si guadagnò anche un biasimo ufficiale del Vaticano, che fino a quel momento aveva mantenuto una linea neutrale. Nella stessa giornata e nello stesso tratto di mare venne anche affondato un piroscafo francese, probabilmente ad opera del medesimo sommergibile, ma i naufraghi furono tutti tratti in salvo da un piroscafo che era appena partito da Cagliari. Nelle settimane successive continuarono gli affondamenti di navi, non solo italiane. Destò viva impressione anche quello del 5 marzo del 1916, allorché una grossa nave danese diretta a Cagliari fu silurata a meno di venti miglia da capo sant’ Elia. In quella circostanza una ventina di marinai, bagnati e semi assiderati dal freddo, furono sbarcati il giorno dopo in città, rafforzando il sospetto nei Cagliaritani che qualche base di appoggio agli U-Boot, almeno per il rifornimento di carburante. nelle vicinanze doveva pur esserci.
Qualche giorno dopo, l ‘ 8 marzo del 1916 a Cala Toppo, sulle coste dell’ Asinara, venne realmente raccolto sugli scogli un barile in lamiera contenente circa un ettolitro di nafta, ed un altro ancora fu recuperato il giorno dopo a poca distanza. Erano barili di forma particolare, con un’ aggancio sovrastante, per cui erano probabilmente tenuti sottacqua da qualche cavo che il mare aveva strappato, mandandoli alla deriva. Sulla lamiera riportavano l’ incomprensibile sigla C.I.P.
Giorni dopo si scoprì, sempre all’Asinara, in un altro tratto di scogliera, il telaio di una boa ad acetilene, ancora contenente del carburo, anch’ essa divelta dalle onde, e di un tipo non in dotazione alla Marina italiana. I militari ipotizzarono da subito che servisse a segnalare il punto di un deposito sottomarino di bidoni di nafta per sommergibili. I ritrovamenti vennero coperti da segreto militare, ma la notizia filtrò, e a Cagliari si propagò velocemente alimentando paure e dubbi.
Le misure successive intraprese dalla Marina italiana e da quella alleate, tra cui lo sbarramento del canale d’ Otranto in tutta la sua larghezza con decine di chilometri di reti, funzionarono ben poco con i sommergibili tedeschi che, partendo dalle basi navali austro-ungariche in alto Adriatico, continuarono a passare indisturbati per il canale d’ Otranto e a lanciare siluri contro le nostre navi. E qualche tempo dopo ne rimase vittima anche il Tripoli, nave traghetto tra Golfo Aranci e Civitavecchia, che colò a picco nella notte tra il 17 e il 18 marzo del 1918, poco dopo la partenza dalla Sardegna. Meno di un centinaio dei 400 passeggeri a bordo riuscì a salvarsi sulle scialuppe. Una lapide nel Parco delle Rimembranze a Cagliari ricorda ancora quel tragico avvenimento.

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Testo di A. Frugtu

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