Cosa vedere nel quartiere di Castello di Cagliari: guida turistica

Il quartiere di Castello di Cagliari è innanzitutto una emergenza naturale con forte vocazione a costituirsi in roccaforte; come in ogni luogo fortificato l’involucro difensivo, caratterizzato da torri, mura e bastioni, ne rappresentava l’immagine esterna. La morfologia del sito allungato da N a S e la presenza el recinto difensivo, i cui terminali sono costituiti dalla torre di S. Pancrazio e da quella dell’Aquila, hanno condizionato la formazione del tes suto edilizio e della trama viaria, comprimendo l’uno e l’altra secondo uno schema fusiforme, riscontrabile in molti borghi fortificati medievali. L’edilizia generatasi da unità abitative d’impostazione medievale, ha subito nei secoli un processo di stratificazione durante il quale palazzi gentilizi o borghesi e complessi religiosi, conventuali o universitari hanno inglobato parte delle strutture più antiche, senza tuttavia spezzare l’originario impianto urbanistico. Il quartiere Castello è stato, fin dalle origini dell’insediamento risalente a epoca pisana, il luogo ove si sono concentrate le sedi delle autorità politiche e religiose e le residenze nobiliari, secondo un’organizzazione urbana di tipo feudale che verrà capovolta solo nell’Ottocento inoltrato; le necessità collegate con il timido sviluppo economico, le trasformazioni del sistema difensivo cagliaritano.

La pianificazione urbanistica condusse, nel secolo scorso, all’emarginazione di quest’area, cancellandone la connotazione di centro del potere. La conseguenza fu la decadenza e il degrado di un gran numero di insediamenti, via via abbandonati o utilizzati come abitazioni popolari; gli edifici in cui si è mantenuta una continuità di destinazione (Cattedrale, chiese di S. Lucia e della Purissima, palazzo dell’Università), o il cui uso è stato riconvertito (Museo Nazionale Archeologico, Palazzo Reale, ex Seminario Tridentino, ex palazzo della Corte d’Appello), oppure quelli ricuperati in funzione monumentale (torre dell’Elefante), oltre che interessanti sotto il profilo architettonico, costituiscono anche momenti fondamentali nell’evoluzione della storia della città; altri di analogo valore storico-urbanistico, ma lasciati in stato di abbandono (Palazzo di Città, palazzo Boyl, Teatro Civico), attendono dall’opera di restauro una più attenta valorizzazione.

Le caratteristiche viabilistiche di questo percorso e la sua relativa brevità. sconsigliano l’uso di mezzi di trasporto; fatte salve le soste al Museo Nazionale Archeologico e alle numerose chiese, l’itinerario non richiede un tempo pedonale superiore alle due ore.

Della torre di S. Pancrazio si apre un voltone che mette in comunicazione la piazza Arsenale con la piazza. Indipendenza, spazio irregolare più che piazza ‘civile’, il cui lato sin. è interamente corso dall’organismo settecentesco dell’orfanotrojîo delle Zitelle; sulla destra, tra il palazzo Amat e quello delle Speziate, si erge il neoclassico prospetto della sede del “Museo Archeologico Nazionale, con coronamento orizzontale poggiante su una cornice a dentelli decorato con festoni di gusto classicheggiante. Sorto nell’area ove erano le carceri femminili, fino ai primi anni del nostro secolo l’edificio ospitava la zecca e l’armeria; tra il 1904 e il 1906 fu adattato per l’attuale funzione dall’ing. Dionigi Scano, che curò il trasferimento delle collezioni dal palazzo Vivanet (in via Roma). Il museo archeologico di Cagiari a Castello presenta grande interesse per la conoscenza della civiltà sarda dalla preistoria all’epoca altomedievale, raccoglie materiale proveniente essenzialmente dagli scavi compiuti nell’isola.

Il primo nucleo de museo ebbe origine dal Gabinetto privato di Antichità e Storia naturale, creato nel 1802 da Carlo Felice nel Palazzo Reale. Di tàui le raccolte passarono nel 1806 all’Università. e si arricchirono delle onazioni di G.B. Garau (per il Medagliere) o  di G. Meloni.

Proseguendo oltre l’orfanotrofio delle Zitelle lungo la via Pietro Martini, quasi subito a sinistra si prospetta la chiesa conventuale di S. Lucia (oggi inglobata nell’Istituto Regina Margherita; l’edificio mantiene intatto l’impianto gotico-aragonese tardoquattrocentesco, a pianta rettangolare divisa in due campate coperte a crociera e abside quadrata con volta stellare; delle due cappelle che si aprono sul lato estro, la prima ha copertura barocca, la seconda gotica nervata.

La via Martini sfocia nella piazza Palazzo, spazio originariamente limitato alla parte inferiore articolata su due livelli, ampliato negli anni ’30 con l’abbattimento di alcune costruzioni nella parte più alta; dal Medioevo luogo centrale della vita politico-religiosa della città, vi gravitano gli edifici più rappresentativi della storia urbana cagliaritana. Subito a sin. si presenta la lunga facciata del Palazzo Reale (sede della Prefettura), caratterizzata da un ritmo di paraste doriche; definito nelle at» tuali strutture interne nel 1769, a seguito di un progetto voluto da Carlo Emanuele III di Savoia, rivela gli elementi più caratteristici dell’intervento piemontese nella complessa volta dell’atrio e nello scalone che conduce alla sala di rappresentanza (decorata da Domenico Bruschi), adibita oggi ad aula di riunione del Consiglio regionale e di quello provinciale; Il contiguo Palazzo Arcivescmdle (con facciata di restauro) conserva tracce di strutture pisane e, nell’ampio atrio, espone reperti archeologici di epoca romana.

Conclude il lato orientale della piazza la Cattedrale di S. Maria, l’edificio più complesso dall’architettura religiosa cagliaritana per la sovrapposizione di motivi stilistici che concorono a definirne il peculiare carattere.

A castello rimangono pochi elementi superstiti della primitiva impostazione e del successivo mpliamento nell’ultimo quarto del XIII sec. rivelano l’appartenenza alla fera d’influenza pisana. Le trasformazioni barocche, rivolte alla ristrutu’azione del corpo longitudinale, promosse ai primi del ’600 dagli arcièscovi d’Esquivel e Vico, furono portate a termine nel 1674 da Domeon S torno, su progetto di Francesco Solari, con la collaborazione di la «gera di lapicidi genovesi (gli Aprile, i Gaginì, i Pellone ecc.).

Alla sinistra della facciata si erge la massiccia duecentesca torre campanaria (restaurata nel paramento, nella cuspide e nelle monofore), romanica come il portale di epoca pisana che si apre nel transetto sin.; pure pisano, ma di diversa qualità formale, già volgente al gotico, il portale del transetto d., sormontato da una cuspide che include una lunetta trilobata con varie sculture, tra le quali la fronte di un sarcofago romano. L’interno, a tre navate con tre cappelle su ogni lato, presbitario sopraelevato e vasto transetto, presenta nella parete di controfacciata l’originario paramento pisano, cui sono addossati i due pulpiti che formavano in origine un solo ambone smembrato nel ’500; l’opera, dovuta a maestro Guglielmo che la scolpì per la Cattedraledi Pisa tra il 1159 e il 1162, fu donata alla città di Cagliari nel 1312, dopo la sostituzione con il famoso pulpito di Giovanni Pisano. I due frammenti poggiano sulle originarie colonne e recano sui parapetti rilievi con storie di Cristo; all’ambone appartenevano anche i quattro grandi leoni posti a fianco dell’ingresso al presbiterio.

Lungo la navata d. (alla 1″ cappella, Nozze di Cecilia e Valeriano di Pietro Angeletti; alla 2“, Madonna col Bambino detta Madonna Nera, scultura in legno dorato di scuola veneta della seconda metà del ’300), si raggiunge il braccio d. del transetto, in cui si apre una cappelletta gotica a pianta poligonale coperta da volta nervata, dovuta a un intervento aragonese della rima metà del ’300; all’altare è esposto il trittico detto «di Clemente II » (nello scomparto centrale il Nazarerw e la Mw donna, in quelli laterali S. Margherita e un gruppo con S. Amm., la Mw donna e il Bambino Gesù), attribuito tradizionalmente a Gerard David, ma più recentemente proposto come opera autografa o copia da un originale di Rogier van der Weyden.

Coevi alla cappella gotico-aragonese sono i cinque ambienti, a pianta quadrata e coperti da volte a crociera nervata, cui si può accedere dal ‘transetto d. (visita 9.30-10.30), attraverso una porta sovrastata dal retablo già attribuito a Pietro Cavaro, e recentemente ascritto a nuestro di ambito raffaellesco dell’Italia meridionale, raffigurante Crocifissione, Madonna col Bambino, Arcangelo Gabriele, Madonna Annunciata, S. Paolo, S. Gerolamo. Gli ambienti, che compongono un complesso omogeneo, si percorrono attraversando il vestibolo che conduce alla Sagrestia dei Benenciati e quindi all’AULA CAPITOLARE dove è una piccola raccolta di dipinti: tra l’altro, quattro tele con le Ss. Apollonia, Catarina, Elena e Barbara, di pittore spagnolo del sec. XVI; Cristo flagellato, attribuito a Guido Reni; l’Adorazione dei M$; dipinto su tavola di pittore sardo del sec. XVI; altra tavola con la M m, il Bambino e S. Giovannino, di pittore norentino della fine del ’400. Attraversando nuovamente la Sagrestia dei Beneficiati, si sale al MUSEO CAPITOLARE. dove sono riunite le più importanti opere del Tesoro della Cattedrale. Al centro, entro vetrina, grande Croce processionale, in argento dorato, di orafo cagliaritano del ’400, che riecheggia maniere tipiche delle bo toghe barcellonesi di quel secolo, e che si porta tradizionalmente in prov cessione per la festività del Corpus Domini. Nelle altre vetrina tre

Il presbiterio della Cattedrale, recinto da una seicentesca balaustrata marmorea, è adorno di alcuni preziosi arredi barocchi: due grandi candelabri in argento di gusto spagnolo; un maestoso tabernacolo pure in argento di ofcina sarda, del 1610; un pregevole paliotto sbalzato di argentiere spagnolo, del 1655; una lampada pensile in argento del cagliaritano Giovanni Mameli, del 1602. Attraverso le porticine che si aprono ai lati dell’altare maggiore si scende al SANTUARIO, ricavato nella roccia e formato da tre cappelle, alle cui pareti, rivestite di marmi intarsiati, sono le urne che accolgono le reliquie un tempo ritenute di martiri del cristianesimo rimitivo, asportate dalla necropoli pagano-cristiana presso la chiesa di . Saturno. La volta dell’ambiente centrale è decorata da 584 rosoni, raffinato esempio di decorativismo barocco; al sommo della scalea di accesso, il mausoleo dell’arcivescovo Francesco Desquivel (morto nel 1624), che provvide alla sistemazione del santuario; all’altare, stamo. della Madonna, col Bambino in marmo policromo, di scuola gaginiana. Ai lati si trovano due cappelle a pianta quadrata, in cui sotto gli stucchi barocchi, gli intarsi marmorei e i frammenti romani si possono riconoscere le volte nervate di epoca aragonese; in quella di sin., dedicata a S. Saturnino, notevole una fronte di sarcofago romano; di fronte all’altare, tomba di Carlo Emanuele di Savoia (morto a Cagliari nel 1799), opera del sassarese Antonio Cano. Nella cappella di d., dedicata a S. Lucifero, mausoleo di Giuseppina Maria Luisa di Savoia, sorella di Carlo Felice (morta nel 1810), di Andrea Galassi. Nel braccio sin. del transetto si apre una cappelletta a pianta rettangolare con bifora, appartenente alla primitiva costruzione pisana; sotto la mensa dell’altare, un frammento di leggio d’ambone, attribuito a Guido da Como (XIII sec.). Alla parete di fondo del transetto è addossato lo scenografico decoratissimo mausoleo di Martino .II d’Aragona, morto nel 1409, opera del genovese Giulio Aprile (1676). Di qualche interesse, nella l2‘;3::Il:),p1:1ellla.7%(313. navata sin., un Martirio di S. Barbara.

Alla destra della Cattedrale, subito all’inizio della via Duomo, si trova la sconsacrata chiesa della Speranza, già sede delle Stamento militare e canonica del Duomo; mantiene l’impianto aragonese ad aula unica con tre cappelle comunicanti lungo il lato il. e le strutture della copertura a volte a crociera costolonate.

Disposta perpendicolarmente alla facciata della Cattedrale è il Palazzo Città, che, pur risalendo probabilmente a un impianto pisano, si presenta attualmente in forme settecentesche. Sede fin dal XVI sec. dello Stamento reale, poi palazzo municipale fino ai primi del ‘900, fu adibito a Conservatorio di musica quando venne edificato l’attuale Palazzo Comunale in via Roma; è allo studio un progetto di restauro da parte del comune come sede di museo.

Percorso il passaggio tra la Cattedrale e la chiesa della Speranza, si imbocca la sia. del Fossario, parzialmente coperta, che nell’ultimo tratto corre sulle mura e poi sul bastione (11 S. Caterina., da cui si può cogliere una vista ad ampio raggio che si fa più vasta quando, discesa una scalinata, si raggiunge la terrazza Umberto I (v. pga g. 132). Scendendo lungo la -via Mario De Candia, sulla d. pi1 palazzo Boyl (1840) ingloba alcuni resti della torre dell’Aquila, una delle grandi torri pisane di cui rimane inalterata la porta, unto di confluenza meridionale della viabilità del ‘fuso’ del astello.

Dopo averla sottopassata, subito a sin. si apre il grande portale barocco, costruito nel 1622, del modesto palazzo Zappata (già Brando), utilizzato più tardi come ingresso al Teatro Civico, unico esemplare in marmo nella dimessa edilizia privata cagliaritana.

Dalla via De Candia si stacca la via dell’Università, che lascia dapprima a d. il fatiscente Teatro Civico, di impianto piemontese, modificato da Gaetano Cima nella seconda metà dell’Ottocento, e raggiunge quindi il grande complesso barocco di epoca piemontese comprendente l’ex Seminario Trident’im e l’Università, in parte sovrapposto al bastione del Balice; edin cato in due momenti distinti su progetti dell’arch. Saverio Belgrano di Famolasco, il grande blocco presenta forti caratteri di omogeneità nell’impianto regolare articolato attorno a cortili interni.

lIl palazzo dell’ex Seminario (N. 28), edificato nel 1778 su progetto del Belgrano, si affiancò senza soluzione di continuità al palazzo dell’Università (N. 40), inaugurato nel 1769 come definitiva sistemazione del complesso di epoca spagnola. L’Università, fondata nel 1606 da papa Paolo V e approvata da Filippo IV nel 1620, comprende attualmente le Facoltà di Giuris p,rudenza Lettere, Filosofia, Magistero, Medicina e Chirurgia, Scienze matematiche, fisiche e naturali, Farmacia, Ingegneria, Architettura, Economia e Commercio. La biblioteca universitaria, istituita nel 1792, possiede, fra le opere più pregevoli, 370 volumi manoscritti, c. 700 codici manoscritti; 238 incunaboli; 5284 cinquecentine; c. 5000 lettere autografe; un ricchissimo fondo di opere dei secc. XVI-XVII di particolare interesse per l’ispanistica; della Biblioteca fa anche parte il Fondo Stampe «A. Marongiu Pernis», che dispone di materiale pcatalogato e consultabile. «

Al termine della via Universita, sulla d. si alza l’imponente torre dell’Elefante, costruita nel 1307 m forme anal he : quella d S Pancraziodal medesimo maestro Giovanni Capula ricordato da un ’epigrafe posta sulla base; il nome le e derivato dal piccolo elefante inserito su una mensola a c. 10 m d’altezza nel lato che guarda la via dell’ Università. Sottopassata la porta, che reca ancora gli antichi meccanismi di chiusura, si trova a d. la chiesa di S. Giuseppe, costruita nel 1641 secondo una tipologia planimetrica riferibile agli schemi controriformistici (aula unica con cappelle laterali e copertura a botte); possiede pr evoli dipinti raftîguranti una Sacra Femi» giglio di Sebastiano egonca e una Natività attribuita a Pompeo atoni.

Di fronte alla chiesa di S. Giuseppe parte la via S. Croce che, superato a d. un lotto di case a schiera di matrice medievale, corre sull’omonimo bastione, affacciandosi sui quartieri occidentali e, a distanza, sul porto e sullo stagno di S. Gilla. A d., nella minuscola omonima piazza, prospetta la chiesa di S. Croce con annesso convento; fondata nel 1661 dai Gesuiti (probabilmente sulle rovine della sinagoga abbattuta dopo l’editto del 1492 che cacciò da Cagliari gli Ebrei), presenta, analogamente a S. Giuseppe, uno schema planimetrico di tipo controriformistico; nella sagrestia e nell’antisagrestia dieci tele di scuola spagnola del XVIII sec. illustrano episodi della vita di S Francesco Saverio.

La via S. Croce contribuisce a definire uno dei nodi urbanistici più complessi del Castello, in cui si innestano elementi a corte centrale ed elementi monumentali compatti di epoche diverse, connessi da passaggi coperti e raccordati da rampe alle diverse quote delle vie d’accesso

Il passaggio coperto che si incontra proseguendo in salita, collega il corpo conventuale di S. Croce (a d.) con le caserme piemontesi Kosta direttamente sui bastioni (a sin.); seguendo la curva de a strada si raggiunge la scalinata ai cui piedi prospettalachiesadiS. Maria delSacroMontediPietà, diimpianto aragonese tardo (1591), caratterizzato da un’ unica aula a due campate con volte a crociera, «capilla mayor» con volta stellare e cupola ottagonale impostata su raccordi gotici.

Ripercorsa la scalinata si piega a d. in via dei Genovesi; risalito quindi il vico Martini, si prende a sin. la via Lamarmora, nota un tempo, in questo tratto, come «contrada della Parissima», dall’antico omonimo complesso conventuale che si raggiunge in breve; preceduta da piccolo atrio, la chiesa della Purissima (per la visita è necessario rivolgersi all’attiguo Istituto Magistrale) rappresenta uno dei più interessanti e raffinati esempi di architettura gotico-aragonese per l’omogeneità stilistica del disegno planimetrico e dell’articolazione spaziale.

Alla chiesa, eretta per volontà. della nobile cagliaritana Gerolama Rams nel 1554, si accede attraverso un semplice portale gotico posto sul fianco; l’interno presenta un’unica navata di due campate gotiche, con cappelle su entrambi i lati aperte da arcate ogivali e, invece dell’abside, «capilla mayor» con volta stellare. Tra le varie opere e oggetti che vi si conservano, sono degni di particolare interesse: un Crocefisso ligneo di scuola sarda del ’500, derivato da quello «dolens» di S. Francesco di Oristano, ma più vicino a modelli rinascimentali; nella 1‘ cappella d., un trittico con tre santi, Annunciazione, Pieta fra 1′ Ss. Pietro e Paolo di Antioco Casula (1593); all’altar maggiore, una grande ancona lignea di intagliatori locali del ’700; sul lato sin., nella 2‘ cappella, un piccolo oràanolîel 1758 e, nella 1′, una tavola di Lorenzo Cavaro raffigurante S. ro mo.

Dalla chiesa, ripercorrendo in discesa tutta la mia Lamarmora (anticamente «ruga Mercatorum» e poi via Dritta), si può notare la tipica trama edilizia del Castello, costituita dall’alternanza di edifici di serie con palazzi e unità complesse, il cui carattere é affidato più al dettaglio architettonico (soprattutto portali e balconi in ferro, presenti in un’inesauribile variazione su alcuni modelli di base), che a elementi prospettici complessivi. I “caratteri espressivi e l’immagine stessa del tessuto urbano del Castello si ritrovano anche percorrendo le parallele m dei Genovesi e Candles; le tre direttrici convergono in discesa alla porta della torre dell’Aquila (v. pag. 152), oltre la quale, percorrendo nuovamente a sm. la via De Candia che si snoda fino alla porta dei Leoni (cosiddetta da due protomi leonine romaniche sulla fronte esterna), si esce verso il quartiere Marina.

 

Fonte: guida italiana Sardegna Touring club italiano quinta edizione MIlano 1984

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