Cosa vedere a Cagliari: le mani ritrovate a Santa Gilla

Al piano sopraelevato del museo archeologico di Cagliari alcuni ripiani della vetrina 12 ospitano i ricchi ritrovamenti ottocenteschi della laguna di Santa Gilla, fatti in una località chiamata su Moguru tra Elmas ed Assemini.
II primo rinvenimento avvenne nel 1869, allorché un pescatore tirò su con la rete una testa di donna in terracotta nerastra poco lontano dall’odierno abitato di Elmas. Ai pescatori della laguna furono commissionate ulteriori ricerche per il recupero del corpo residuo della statua. La parte mancante non venne ritrovata, ma venne identificato un sito in cui erano presenti numerosi avanzi di blocchi sagomati, resti di anfore e vasi in terracotta.
I ritrovamenti fortuiti continuarono anche negli anni successivi sollecitando Filippo Vivanet, a quel tempo Direttore del Regio Commissariato ai Musei ed agli Scavi, ad intraprendere una prima campagna di indagine in quella zona.

Era il dicembre del 1891. Gli scavi durarono poco meno di un mese ed un breve resoconto apparve sulle Notizie degli scavi di Antichità del 1892, che comunque forniva un campionario completo dei rinvenimenti: anfore di varie dimensioni, maschere di terracotta e tante mani, tutte in terracotta. Nell’anno successivo dal 9 agosto al 10 ottobre 1892 gli scavi proseguirono, ed anche stavolta un breve resoconto apparve sulle Notìzie degli Scavi di Antichità del 1893.
Nel secondo intervento vennero recuperate le stesse tipologie di oggetti dell’anno precedente, cioè maschere e mani di terracotta, anfore e tutta una serie di vasi, lucerne e raffigurazioni di animali sia domestici che esotici come coccodrilli. Per lo scavo, che può veramente essere considerato il primo scavo di archeologia subacquea nella storia dell’ isola, il Vivanet aveva progettato una specie di gabbione quadrangolare in legno, le cui pareti erano più alte del livello dell’acqua, da posare sul fondo. In quel gabbione, una volta eliminata l’acqua, gli operai potevano setacciare il terreno fangoso e recuperare gli oggetti senza eccessive difficoltà.
Di questi reperti, che sono stati datati in prevalenza al quarto secolo avanti Cristo, manca purtroppo un dettagliato esame, a prescindere dalle due sintetiche relazioni pubblicate dal Vivanet nel 1892 e nel 1893. Di sicuro erano prodotti in loco da una o più officine specializzate nella produzione di quelle terrecotte figurate. Lo stesso Vivanet ipotizzò da subito la presenza di un grande centro di produzione sulle rive dello stagno. Nella relazione del 1893 infatti scrive: ”…Gli oggetti vennero ripescati entro una zona alquanto regolare…tale zona doveva essere cinta da una palizzata, dacchè si raccolsero molti pezzi di legname. Gli oggetti trovansi sempre al di qua della cinta , ed il copioso recupero di tale legname fu sempre indizio di scavo fruttifero nei suoi pressi. La disposizione con cui si presentarono gli oggetti, i più grandi dei quali avevano mantenuto la loro forma di pila, come ad esempio le anfore, ci conduce necessariamente ad ammettere uno spazio isolato, una specie di ponte difeso in tutto ed in parte da palizzata esistente nella laguna, in cui gli oggetti fossero tenuti ammucchiati , distinti per classi, restando esposti per la scelta degli acquirenti in un luogo di facile imbarco…”
Tra i reperti recuperati ci fu un gran numero di mani in argilla, oggi esposte nella vetrina del museo in un modo volutamente caotico ed ammassato che riflette felicemente la posizione in cui probabilmente erano nel fango dello stagno. In merito scrive ancora il Vivanet nella relazione del 1893:
“…Assai grande é il numero delle mani che, intere e frammentate nelle due esplorazioni raggiungono il numero di 189. Esse si presentano in svariati atteggiamenti , e cioè ora in stato normale, ora contratto, ora stringente un cilindro cavo, ora un serpe, ora in pose contro il fascino (n.d.r: il malocchio) .. Una venne raccolta con sei dita, delle quali l’ anormale sorge nel cavo della palma…”
Ma a cosa servivano queste misteriose mani dall’ aspetto un po’ inquietante? L’ unica ipotesi plausibile è che fossero parti anatomiche ancora da assemblare in statue d’ argilla raffiguranti delle divinità; una delle mani stringeva infatti uno scettro (descritto dal Vivanet come cilindro cavo”) che è attributo di Zeus. Un’ altra stringeva un serpe, tipico attributo di Esculapio.
Furono anche scoperti dei piedi, ma in numero infinitamente inferiore rispetto alle mani: soltanto otto, di cui tre interi e cinque frammentati. Probabilmente erano depositati in un altro settore dell’ officina, così non furono scoperti durante lo scavo e riposano ancora nel fango della laguna.

 

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Gentilmente condiviso da A. Fruttu, preziosissimo appassionato della storia di Cagliari e grande amante della sua città.

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